Visualizzazione post con etichetta riscaldamento globale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riscaldamento globale. Mostra tutti i post

giovedì 29 gennaio 2009

Rischio Ossigeno per Gli Oceani


Rischio ossigeno per gli oceani
La emissioni i gas serra provoca effetti deleteri anche sugli oceani e soprattutto impoverisce le acque superficiali, ma anche quelle in profondità, di quell’ossigeno indispensabile per la vita marina

“Il futuro dell'oceano come grande riserva di cibo potrebbe diventare molto incerto”, scrive Gary Shaffer sulla versione online di “Nature Geoscience”, nota rivista scientifica. Lo scienziato sostiene infatti che l'eccessivo impoverimento di ossigeno delle acque oceaniche sia la spiegazione più adeguata per le estinzioni di massa di certe specie come quella del Permiano, 250 milioni di anni fa. Il gruppo danese del professor Shaffer ha effettuato degli esperimenti, da cui risulta che le emissioni odierne (quelle da combustione fossile) evidenziano a lungo termine (si parla di 100.000 anni) un impoverimento della flora e dalla fauna oceanica.
Nasce così l'appello per fronteggiare la drammatica influenza che il riscaldamento globale potrà avere sugli oceani.
E a questo punto è necessario abbattere immediatamente l'uso di combustibili fossili perché, per gli studi fatti, se il consumo non cambierà, oltre a mettere in pericolo il futuro degli oceani facendo decuplicare l'area delle cosiddette “zone morte”, l'inquinamento renderà impossibile qualsiasi forma di vita.
E quindi la conclusione che “il progressivo riscaldamento globale potrebbe persistere molto in là nel futuro perché i processi naturali richiedono da centinaia a migliaia di anni per rimuovere dall'atmosfera l'ossido di carbonio prodotto dai combustibili fossili”.
Oggi le “zone morte” sono soprattutto sotto-costa, dove giungono i fertilizzanti trasportati dai nei canali d'irrigazione e molto più rare al largo degli oceani. Ma il continuo l'accumulo di tali sostanze nocive, distruggerà qualsiasi tipo di vita. Con un rischio in più, l'affievolirsi delle correnti che trasportano ossigeno nelle profondità oceaniche, danneggiando anche le forme più remote di flora e fauna.
Queste conclusioni sono condivise anche dall'IPCC (Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico – Onu) che le conferma sia con la previsione di una moderata entità di emissioni, sia nel caso di emissioni più massicce.

Fonte Esterna al Sito

Bufala Del Ghiaccio In Ripresa: Ricercatore Costretto a Smentire


Bufala Del Ghiaccio in Ripresa: Ricercatore Costretto a Smentire

I ghiacci artici al 12 gennaio 2009

ROMA - Guelfi e ghibellini, Coppi contro Bartali, Mazzola contro Rivera. In Italia, è stato ripetuto spesso, si finisce sempre per dividersi in due partiti. Quando si parla di riscaldamento globale il problema travalica però i confini nazionali e lo stesso atteggiamento di sterile contrapposizione investe tutto il mondo. Da una parte chi è persuaso che il Pianeta si stia rapidamente riscaldando per colpa delle attività industriali umane, dall'altra i negazionisti.

Due fazioni non esattamente simmetriche visto che della prima fa parte la crema della ricerca internazionale sul clima e si esprime attraverso studi posti al vaglio della comunità scientifica. Nella seconda ci sono invece pochi ricercatori outsider e molti polemisti di professione. Ma c'è anche una fazione più catastrofista del primo partito sempre pronta a interpretare qualsiasi segnale, per quanto ambiguo, a proprio sostegno e a duellare su questo terreno con i rivali negazionisti.

A fare le spese di questa contrapposizione sono quasi sempre i dati scientifici, strumentalizzati e tirati da una parte o dall'altra a discapito della loro neutralità e del necessario e faticoso sforzo per capirne realmente la portata. L'ultimo caso eclatante è stata la notizia del presunto recupero dei ghiacci artici usata in questi giorni per ridare fiato alle trombe dei negazionisti. Una caso da manuale del cortocircuito che può colpire l'informazione soprattutto nell'era di Internet.

La notizia, ripresa oltre che dai blog di mezzo mondo anche da giornali nazionali e agenzie di stampa, suonava più o meno così: a fine 2008, dopo la seconda peggiore perdita estiva di sempre (la peggiore fu nel 2007), il ghiaccio marino del Polo Nord ha conosciuto una ripresa vigorosa, tornando nientemeno che ai livelli del 1979. Dato che veniva attribuito alle misurazioni dell'autorovolissimo William Chapman dell'Università dell'Illinois e assolutamente incoraggiante rispetto ai timori di scioglimento totale dei ghiacci estivi nel volgere di pochi anni lanciato appena pochi mesi prima.

Le cose in realtà non stanno esattamente così. Innanzitutto non si trattava di uno studio di Chapman, ma di una valutazione (basta su dati raccolti dall'Università dell'Illinois) di un blogger, Michael Asher, che si limitava a chiedere allo scienziato dell'Illinois un commento nel quale lo studioso spiegava che effettivamente un recupero c'era stato e poteva essere attribuito a una particolare circolazione dei venti gelidi. Ma tanto è bastato a mettere in moto la macchina negazionista. Così alla fine Chapman è dovuto intervenire per mettere fine all'equivoco con una nota ufficiale pubblicata sul sito dell'Università.

Innanzitutto, fa chiarezza lo studioso della criosfera, il dato comparativo non si riferisce ai ghiacci marini artici ma al valore globale che si ottiene sommando quelli di Polo Nord e Polo Sud, con i primi che rispetto al 1979 si riducono di quasi un milione di chilometri quadrati e i secondi che avanzano di circa 0,5 milioni. "Un dato - precisa - poco indicativo rispetto alle valutazioni sul riscaldamento globale in quanto la maggior parte dei modelli sulle previsioni degli effetti dei gas serra sulla criosfera prevedono gli effetti maggiori sull'estensione estiva dell'artico e i dati registrati sono in linea con queste previsioni", mentre alcuni studi sottolineano che "uno degli effetti collaterali del riscaldamento globale può essere proprio un momentaneo incremento nell'estensione dei ghiacci antartici".

Chapman invita inoltre a tenere in considerazione che l'estensione è solo uno dei parametri di valutazione dei ghiacci e non necessariamente il più importante, visto che fondamentale è anche lo spessore, attualmente senz'altro minore rispetto a quello degli anni passati.

(14 gennaio 2009)

Fonte: www.repubblica.it

Giappone: Lanciato Satellite Per Monitorare Effetto Serra Nel Pianeta


TOKYO - E' il primo satellite al mondo con il compito di studiare, nello spazio, i gas responsabili dell'effetto serra. Lo ha lanciato il Giappone, è un razzo H-2A di fabbricazione nipponica contenente il satellite "Ibuki" insieme ad altri sette satelliti minori. Costato 159 milioni di dollari, aiuterà gli scienziati a calcolare la densità del diossido di carbonio e del metano derivanti da quasi la metà della superficie terrestre: 56 mila i punti d'osservazione sui quali si concentrerà, inclusa l'atmosfera sopra i mari ei Paesi in via di sviluppo dove mancano punti di osservazione nonostante il crescente volume di emissioni.

"Ibuki", costruito dalla Mitsubishi Heavy Industries, nero e arancione, è decollato oggi dal centro spaziale di Tanegashima, una piccola isola del Sud dell'arcipelago. Il lancio è stato ritardato di alcuni giorni a causa del maltempo. Il satellite orbiterà sulla terra a un'altezza di 666 chilometri, da dove, con due sensori, registrerà dati ogni tre giorni per cinque anni.


"E' necessario conoscere meglio il comportamento di questi gas - spiegano dalla Jaxa, l'agenzia aerospaziale giapponese - per la prima volta il fenomeno verrà monitorato dallo spazio per cercare di prevenire le conseguenze delle emissioni che, nei prossimi anni, potrebbero essere catastrofiche".


Degli altri sette satelliti inviati nello spazio insieme all'Ibuki, sei sono stati progettati da privati o da centri universitari, mentre il settimo è un congegno sperimentale fabbricato dall'agenzia aerospaziale per studiare nuove funzioni di comunicazione.

Protocollo di Kyoto E USA di Obama


BRUXELLES - È nell'America di Barack Obama che l'Europa cerca un alleato per trascinare il mondo nella terza rivoluzione industriale, quella dell'economia a basse emissioni di anidride carbonica. E per farlo il Vecchio Continente si dice pronto a mettere mano al portafoglio: entro il 2020 le nazioni industrializzate potrebbe "auto-tassarsi" per dare al resto del globo 30 miliardi all'anno da investire in energia pulita. Soldi da usare anche per bloccare la deforestazione tropicale entro 20 anni.

La proposta Ue in vista del delicato vertice Onu di Copenaghen - in calendario a dicembre - è ambiziosa e ignora alcune richieste avanzate nei mesi scorsi dal governo Berlusconi. Nel documento che la Commissione Ue approverà mercoledì (dovrà poi venire confermato dai governi dei 27) si parte da quello che è ormai il dogma della comunità scientifica: per salvare il mondo da sconvolgimenti climatici e cataclismi è necessario limitare l'innalzamento della temperatura globale a 2 gradi rispetto all'era preindustriale (soglia che a questi ritmi sarà superata nel 2050). Per questo lo scorso dicembre, dopo anni di duri negoziati, l'Europa si è dotata di una strategia per limitare le emissioni di CO2 del 20% entro il 2020, seguito unilaterale al Protocollo di Kyoto i cui effetti scadono nel 2012. Forte di questo impegno, l'Unione si presenta nella veste di leader mondiale nel negoziato Onu chiamato a dare seguito a Kyoto, questa volta cercando di coinvolgere i grandi inquinatori a prendere impegni vincolanti sui tagli alle emissioni di CO2: Usa, Cina, India e gli altri paesi emergenti.


L'offerta europea conferma che in caso di accordo mondiale i 27 alzeranno il loro obiettivo di tagli per il prossimo decennio dal 20 al 30%, in barba alle richieste del governo italiano di stralciare questa promessa. Uno scatto, comunque, che arriverà solo se le altre economie industrializzate faranno uno sforzo paragonabile al nostro e se i principali paesi in via di sviluppo (India, Cina, Brasile e Sudafrica, per citarne alcuni), "limiteranno la crescita delle loro emissioni dal 15 al 30% rispetto al trend attuale". A queste economie si chiede anche di dimezzare la deforestazione tropicale entro il 2020 e di bloccarla entro il 2030.

Sforzi che richiederanno "molti soldi". E proprio i meccanismi su come finanziare la nuova Kyoto per i più poveri occupano buona parte delle 15 pagine della proposta negoziale Ue: i 27 raccomandano di portare gli investimenti globali nella green economy a 175 miliardi di euro all'anno nel 2020 (la metà da reperire nei paesi in via di sviluppo), di cui 30 miliardi destinati ad aiutare le nazioni più povere. Tra le fonti possibili di finanziamento c'è anche l'introduzione di un balzello per ogni tonnellata di C02 emessa dai paesi sviluppati, una vera e propria tassa che nel tempo crescerebbe da uno a tre euro con un reddito iniziale di 13 miliardi nel 2013 per arrivare ai 28 miliardi nel 2020.

"Con l'arrivo di Obama gli Stati Uniti hanno fatto del cambiamento climatico una priorità", scrive Bruxelles indicando la necessità di siglare "un partenariato" con Washington e la creazione di "un mercato del CO2 transatlantico". E già in settimana gli emissari di Bruxelles saranno Oltreoceano per mostrare il piano Ue agli uomini di Obama. Si punta dunque sull'appoggio americano per convincere i paesi in via di sviluppo ad accettare target vincolanti nel taglio delle CO2 (se non faranno nulla saranno in grado di "annullare" tutti gli sforzi delle nazioni industrializzate): in caso di fallimento allora saranno proprio i più poveri a subire gli effetti del cambiamento climatico e a pagare per rimediare al disastro.

Fonte: www.repubblica.it